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Andrea Giani – L’approccio mentale dell’allenatore INTERVISTA ESCLUSIVA

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Quando diventi allenatore ti rendi conto che tutta la tecnica serve a poco. Contano altre competenze come la comunicazione e  la capacità di capire il modo di trasmettere le tue informazioni agli atleti in base alla persona che hai davanti.
Andrea Giani due argenti e un bronzo olimpico  – campione di pallavolo

Andrea Giani – L’approccio mentale dell’allenatore

AndreaGiani_l'approccio mentale dell'allenatore_nazionalepallavoloLa mia passione per l’allenamento mentale è cominciata guardando tutte le partite della nazionale italiana di pallavolo maschile quando c’era la generazione dei fenomeni. Ero attratta dalla forza psicologica con cui gli atleti recuperavano palle impossibili o ribaltavano partite  già compromesse nel risultato. Osservandoli, ascoltando le dichiarazioni post partita, riuscivo a cogliere inconsciamente le strategie mentali che poi riadattavo nella mia disciplina: il softball. Era un modo per aiutarmi da sola a risolvere le situazioni che ogni atleta affronta in partita e che nessun allenatore  bravo tecnicamente era in grado di spiegarmi. Ricordo che il mio urlava dalla panchina la classica frase, che ancora oggi  sento dire in giro per campi e palestre: Dai ragazze concentratevi di più. 

Ovviamente in mente mi appariva la mia inseparabile scimmia di Omar Simpson perché mi chiedevo:

Ok va bene…spiegami COME devo fare…

Così mi venivano in soccorso tutte le storie degli atleti o le partite guardate in TV di ogni disciplina. In particolare appunto la pallavolo. Ero affascinata dal  grande allenatore argentino Julio Velasco il primo a introdurre l’aspetto mentale associato alla parte tecnica. Mi chiedevo: ma come fa?

Era evidente che i suoi giocatori in campo avessero un approccio diverso. Le altre squadre come Cuba o Brasile erano indubbiamente forti, ma percepivo che l’Italia aveva quel qualcosa in più che faceva la differenza.

Ho avuto la fortuna di incontrare già due volte Julio Velasco e realizzare un sogno inaspettato, ma confrontarmi finalmente con un grande giocatore di quella squadra pazzesca è stata la classica ciliegina sulla torta. Emozionata  entro al PalaYamamay di Busto Arsirzio sede della RivivreMilano società dove allena Andrea Giani, tra i più grandi pallavolisti italiani di sempre. Elencare tutti i titoli vinti è impossibile. Ma se sei curioso clicca qui.

AndreaGiani_l'approccio mentale dell'allenatore_2Andrea mi viene incontro accogliendomi con un gran sorriso. È alto. Molto…alto. Quando mi chiede dove vogliamo fare l’intervista scelgo decisa la panchina. Vorrei evitare di stare tutto il tempo con il naso all’insù. Invece in questo modo riesco a cogliere l’intensità dei suoi occhi pieni di passione per il suo lavoro e la pallavolo.

Cosa significa per una squadra che sotto la guida di Julio Velasco ha vinto tutto,  mancare l’appuntamento con l’oro olimpico?

Per una squadra come la nostra e per gli atleti che siamo stati anche dal punto di vista individuale, l’oro olimpico manca. In questo non puoi tornare indietro. Abbiamo vinto due argenti e un bronzo ma quella medaglia mancherà sempre per completare il palmarès.  Calcio a parte, per tutti gli altri sport l’Olimpiade rappresenta la manifestazione più importante. La prima volta a Seoul nel ’88 siamo arrivati noni ma era un gruppo che si stava formando. Due anni dopo la vittoria storica ai mondiali del ’90,  siamo arrivati ai Giochi Olimpici di Barcellona, consapevoli di essere i più forti. Questa consapevolezza non siamo stati capaci di gestirla. Ci siamo allenati senza dare il massimo togliendoci la cattiveria agonistica necessaria per affrontare la competizione. Dopo Barcellona abbiamo imparato la lezione e da quella volta in poi ci siamo preparati bene, giocando ai nostri livelli. Alla fine poi si tratta anche di fortuna. Una palla fuori di poco o che finisce in rete, e cambia tutta la partita.

È stato quindi un problema di atteggiamento mentale sbagliato. Allora cosa occorre fare in questi casi?

Essere consapevoli della propria forza è importante. Allo stesso tempo devi sapere che senza il sacrificio i risultati non li raggiungi perché lo scenario che si crea è questo: gli avversari sanno che tu sei la squadra più forte, da battere e con giocatori importanti. La tendenza sarà di allenarsi al massimo per colmare il divario tecnico. Questo pensiero li porta a spingere su ogni palla.

Cosa intendi quando racconti che vi siete allenati senza il sacrificio?

Non ci allenavamo a spingere. È stata una reazione inconscia che ci ha portato a non essere preparati e  uscire dal torneo olimpico di Barcellona ai quarti, pur essendo tra i favoriti al titolo. Si costruisce una squadra nella parte tecnica e fisica va bene. Ma cos’è che genera il miglioramento? Il fatto di spingere il gesto al massimo, perché se mi alleno, ad esempio ad attaccare al 70%, in partita poi con la tensione sono portato a esprimere il gesto al 100%.  Il controllo però è diverso. È chiaro che incide anche la stanchezza o se hai fatto un certo tipo di lavoro in palestra la mattina. Quello che conta è il principio: spingere al massimo il gesto tecnico.

AndreaGiani_l'approccio mentale dell'allenatore_1Compito dell’allenatore è creare i presupposti per applicarlo. Non può essere tutti i giorni così ma, come atteggiamento,  devi portare i tuoi atleti a spingere. Poi c’è un altro fattore determinante che fa in modo che il giocatore ti segua. Se tu lo porti a spingere e non vede miglioramenti significa che c’è qualcosa che non va nel tuo metodo. Non stai usando con lui gli strumenti giusti. A lungo andare il giocatore perde prima fiducia in se stesso e poi in te.

 Sei passato da giocatore al ruolo di allenatore. Che difficoltà hai riscontrato e cosa ti senti di consigliare a chi affronta questa nuova situazione?

Penso che il primo approccio sia quello di togliersi la maglia da giocatore perché se ti senti ancora in questo ruolo, vieni percepito come tale. Non va bene. Quando ti siedi in panchina e guardi la partita da questa posizione. dopo 30 anni passati in campo, sei veloce a comprendere il gioco, ma non è più sotto il tuo controllo. Ti rendi conto che tutta la tecnica serve a poco. Nel senso che contano altre competenze: la comunicazione, la capacità di capire il modo di trasmettere le tue informazioni in base alla persona che hai davanti. È un lavoro complesso che ti fa lavorare dodici ore la giorno. Un altro aspetto diverso sono i tempi. Il giocatore finito l’allenamento, smette di pensare alla pallavolo per dedicarsi ad altro. Tu non stacchi mai. Hai tanti aspetti su cui lavorare, dal rapporto con i dirigenti, alla programmazione degli allenamenti, allo studio della partita.

Una volta a Cuneo ho incontrato l’allenatore Silvano Prandi che mi diede questo consiglio: “Durante la settimana devi sempre ritagliarti una giornata senza la pallavolo perché devi recuperare energie mentali oltre che fisiche. Se non trovi quel momento di stacco rischi di andare in sovraccarico.” Ho imparato nel corso degli anni a trovare i miei spazi, anche durante le manifestazioni importanti, per rigenerarmi. Questo metodo è importante per gli allenatori perché oltre a preparare i giocatori tecnicamente sono i primi a mettere energia nella squadra. E se sei stanco e non la trasmetti, ne risentono tutti.

Come fai a gestire i singoli atleti?

AndreaGiani_l'approccio mentale dell'allenatore_3La prima cosa devi imparare a conoscere i giocatori ed essere preparato a tutte le loro possibili domande. Nel momento in cui non sai rispondere, perdi di credibilità. È un percorso lungo. Una volta mi ricordo che allenavo un ragazzo e non riuscivo a farlo migliorare. Poi per un mese venne in palestra una ragazza che studiava il comportamento degli atleti e a un certo punto, dopo avermi osservato lavorare con lui, mi disse: tu sai come funziona il processo di apprendimento di una persona? E io le ho risposto che in base alla mia esperienza sapevo che esisteva il “visivo” per cui  il mio approccio con lui era di fargli vedere il gesto. Continuando lei mi disse che esistevano altri canali di comunicazione e che secondo lei, l’atleta si stava impegnando ma per apprendere il gesto doveva “sentire lui… il gesto” ( in comunicazione si parla in questo caso di cinestetico).

Quando ho capito il meccanismo, non ho cambiato gli esercizi ma bensì il modo di trasferirgli le informazioni. E ho cominciato a studiare comunicazione perché è tanto importante quanto saperne di tecnica e di tattica. Poi con la pratica diventa tutto automatico. Su questo tema  mi è stato utile confrontarmi con altri allenatori sia di pallavolo che di altre discipline,  e fare degli speech in ambienti diversi. Questo permette di raccogliere informazioni e spunti interessanti.

Oltre alla prima squadra alleni anche le giovanili che consigli puoi dare?

Penso prima di tutto che la reazione dei giovani dipenda da come noi allenatori ci rapportiamo con loro. Non siamo solo degli insegnanti. Siamo anche degli educatori. Devi essere capace di adeguare la tua comunicazione alla persona considerando che nella stessa fascia di età, il grado di maturazione tra maschi e femmine  è diverso.

Il primo passo sicuramente è parlare con i genitori. Non partendo dal presupposto che “io so tutto e voi niente”, ma vanno guidati. Con chi ha fatto sport è più semplice con gli altri un po’ meno. L’importante è creare un rapporto. Ti devi fermare a parlare con loro  senza andare oltre il tema dello sport. Se accadono episodi durante le partite dove i genitori intervengono, tu non puoi lasciare andare via le cose ma occorre parlarne. Visto la mia esperienza e la mia età per me è più semplice adottare questa strategia. Se invece la squadra è affidata a un giovane allenatore, consiglierei per prima cosa un corso di comunicazione.

Il secondo passo è formare un buon staff. Io delego molto ai miei collaboratori.  Non ho la presunzione di voler fare tutto. Facendo crescere il proprio staff  permetti di essere incisivo nel lavoro che tu sai fare meglio. Se tu metti “bocca” su tutto, non gli permetti di sbagliare e di crescere. Invece con questo approccio costruisci uno staff che diventa autonomo.

Cosa ne pensi della tendenza a specializzare subito i bambini in una disciplina senza praticarne altre?

Penso che sia importante per i bambini provare molti sport perché sviluppa capacità motorie differenti oltre a dargli la possibilità di scegliere quale lo appassiona di più. Io stesso ho praticato canottaggio, calcetto, ping pong e poi mi sono fermato alla pallavolo. L’obiettivo principale dei genitori deve essere: l’aspetto ludico e motorio. Il resto verrà con il tempo.

Quando giocavi avevi una routine per la concentrazione?

Certo perché è la routine che  ti porta dentro nel match. La mia cominciava quando entravo nello spogliatoio, poi mi vestivo sempre seguendo la stessa sequenza. Leggevo anche due pagine di un libro. Non è scaramanzia. Ma un metodo per  per attivare la concentrazione.  Poi in partita c’è poco da fare devi essere sempre concentrato. Giochi bene o male non importa. Dico sempre ai miei atleti, che possono fare male una cosa ma devono fare bene altro. Devono avere voglia di stare in campo e devono impegnarsi. Tutto questo nasce da come tu li alleni.

Quando  questo atteggiamento di allenare i giocatori diventa automatico…dico che in partita l’allenatore conta zero. Perché tu li hai preparati alle situazioni che si troveranno in campo e a risolverle da soli. Le info che si danno ai giocatori devono essere poche perché il gioco è velocissimo.

AndreaGiani_l'approccio mentale dell'allenatore_5 Ci sono allenatori che ti dicono tutto quello che devi fare e soffocano la loro creatività.  La partita non è solo il risultato della tattica. Ma è frutto della capacità dei giocatori di risolvere le situazioni in modo autonomo.

Tante volte gli faccio vedere anche il talento degli avversari perché uno deve riconoscerlo perché se no sarebbe tutto uguale e non è così. Una volta che fai capire che dall’altra parte c’ è un talento ad esempio in recezione, cominci a lavorare sulla sua testa. Nonostante un muro strepitoso se l’avversario è un fenomeno e prende tutte le palle, non è un errore e lo devi accettare. Non per questo devi attaccare più forte perché al contrario, questo atteggiamento, ti porta a sbagliare.

Cosa manca a questa generazione?

Per questa nuova generazione di ragazzi  l’attitudine al sacrificio non è scontata perché noi genitori per primi gli diamo tutto. E non sono allenati in questo. Ho avuto la fortuna di allenare all’estero e di confrontarmi con altre realtà. Ad esempio sloveni e tedeschi non sono professionisti. Loro studiano e si allenano ma il loro obiettivo finale è laurearsi per ottenere dei contratti di lavoro. In Italia ragioniamo al contrario. Riponiamo le nostre aspettative lavorative nello sport. Tranne la mia generazione di pallavolisti che è stata fortunata, la pallavolo non è una disciplina che può garantirti un futuro. Ti da tranquillità per pagarti gli studi o crearti una’attività. Ma un dopo te lo devi sempre costruire. Per questo io supporto i miei atleti nel conciliare sport e università. Se hanno gli esami gli do il permesso di saltare il giorno prima un allenamento perché so che quello rappresenta il loro futuro.

Come ti sei preparato al dopo carriera?

Io faccio l’allenatore perché mi piace. Ho comunque un piano B. Mi sono creato un’attività lavorativa extra. Non dipendo dalla pallavolo perché grazie alla mia famiglia quando ero giovane, mi hanno aiutato a gestire la parte economica e  mi sono preparato il terreno.

Cosa vi ha insegnato Julio Velasco?

Ci ha insegnato l’obiettività. Lui sa tutto di tutto. Alle volte anche eccede. Ma quando lui ti parla e vede una cosa di te, te la dice profonda. Può essere anche negativa. Poi sta a te elaborarla.

Epilogo

Il ruolo dell’allenatore è un mestiere difficile. Gestire tanti atleti singolarmente per poi formare un gruppo e farli giocare da squadra, richiede tempo e tanta pazienza. Ciò che emerge dalla strategia di Andrea è lo spostare l’attenzione dalla tecnica per concentrarsi sull’aspetto relazionale con l’atleta, la comunicazione e il modo di trasferirgli le informazioni  adattandosi alla sua persona. Non è scontato. Ed è un passaggio che spesso sfugge a tanti allenatori.

Un altro aspetto fondamentale è la ricerca del confronto con i colleghi sia della propria disciplina che con altre. Quest’atteggiamento gli permette di arricchire la sua esperienza prendendo spunti da realtà differenti. Accetta con umiltà di mettersi in discussione e quando i suoi atleti non migliorano se ne assume la responsabilità.

Ringrazio di cuore Andrea per la lunga chiacchierata. È stato come ritornare ai tempi in cui ero appiccicata davanti alla TV a guardare le loro imprese. Davvero emozionante.

Ringrazio tantissimo  Gabriele responsabile ufficio stampa della società PowervolleyMilano  per la sua disponibilità.

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(foto powervolley milano. Altre immagini tratte da google)

Aurora Puccio
About Aurora Puccio
Ciao! Sono Aurora la mia filosofia è invitare le persone a guardare le cose da angolazioni differenti, partendo dall'atteggiamento mentale con il quale si osserva una situazione. Lo sport è la mia più grande passione insieme ad altre forme artistiche come teatro e scrittura, che in questi articoli si intrecciano con armonia per darti degli spunti sull'allenamento mentale.
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