image Sport e Tumori – battere il tumore al seno correndo e a colpi di pagaia image Milano10 Febbraio | Lo sport come strumento inclusivo nella società

Tania Di Mario e la nuova sfida di allenare i giovani |Intervista ESCLUSIVA

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“Il nostro compito nella vita non è superare gli altri, ma superare noi stessi” – S.B. Johnson

taniadiamarioOro ad Atene 2004 e  Argento alle recenti Olimpiadi di Rio 2016, un titolo mondiale, tre titoli europei con la nazionale di pallanuoto: il Setterosa. Con la squadra di club dell’Orizzonte Catania ( la più  titolata in Italia e in Europa) ha vinto 13 scudetti, 1 Coppa Italia, 7 Coppe Len, 1 Super Coppa Len.

Record: presenze in Nazionale 378 – quattro olimpiadi disputate –  con due medaglie olimpiche vinte… in questo momento unica donna

Basta questo palmares alla quale si aggiunge anche una Laurea in Economia e Commercio con un Master in Economia, Diritto e Management nello Sport per farti capire la grandezza di questa campionessa che nonostante tutti gli impegni sportivi, ha dimostrato che seppur con i propri tempi, di poter coniugare lo sport ad alto livello e lo studio.

Per te che sei un giovane atleta o allenatore che sogni di avere successo nella tua disciplina, dal punto di vista mentale, imparare le tecniche di concentrazione da sole non bastano per fare di te un sportivo forte mentalmente se di tuo non sviluppi un approccio adeguato. Per questo oggi ho scelto di condividere con te la storia di Tania Di Mario, leggenda dello sport italiano, la cui carriera da giocatrice si avvia a concludersi e sta affrontando il difficile passaggio a bordo vasca come allenatore. Una grande campionessa forte tecnicamente, determinata, grintosa con una voglia di vincere che non si è mai spenta. Soprattutto atleta molto umile, una caratteristica fondamentale quando si vuole aspirare a grandi successi.

 Attraverso questa intervista esclusiva a cuore aperto con Tania soprannominata TDM7 -come CR7, il Ronaldo del calcio ma preciso che tifa Roma e Totti per evitare equivoci :-),  vorrei che tu ti lasciassi trasportare dalle sue parole.  All’interno di esse,  troverai molteplici risposte sull’atteggiamento mentale che le ha permesso di essere una persona-atleta vincente, sia dentro che fuori dall’acqua imparando cosa vuol dire essere una campionessa individuale al servizio dell’intera squadra. Senza tutte le sue compagne non avrebbe potuto vincere nulla.

Tania oggi è il vice presidente della squadra Ekipe Orizzonte Catania città dove ormai si è trasferita da tantissimi anni, lasciando la sua amata Roma. Con la sua storica compagna di squadra e  di nazionale Martina Miceli presidente, sta portando avanti il progetto di riportare in tre anni l’Orizzonte a rivincere lo scudetto.   E con il suo bel sorriso e accento romano che ti invito a immaginarla durante la lettura…comincia l’intervista!! Prima vedi qualche minuto di questo video

Olimpiadi Rio 2016, il Setterosa e la maglia della Nazionale

A. Tania Rio 2016 ti ho visto sempre molto concentrata, seria alle presentazioni durante le partite.  Invece in finale, come questa foto dimostra, trasmettevi tanta serenità. A cosa stavi pensando?

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T.  Che figo sto giocando  un’altra finale olimpica nella stessa vita (ridiamo). Ho pensato nessuno in questo momento è più fortunato di te. Goditela per far sì che questo ricordo rimanga dentro di te per sempre. Ero felice di potermela giocare, di essere arrivata là. Veramente felice del risultato. Non ero convinta che potesse succedermi di nuovo. Lo stupore del fatto che è successo lo ha reso più bello.

A. Quando ci siamo viste a Catania al tuo rientro  mi ha colpito la storia che mi hai raccontato del momento in cui lo speaker annuncia i nomi delle atlete…

T. Ah sì! Quando lo speaker comincia a presentare le squadre e chiamare i numeri io penso sempre alle mie sorelle di Atene. Esattamente nell’ordine in cui erano. L’ho  fatto in automatico da sempre da quando hanno smesso. Nel senso mi viene spontaneo, non ci penso. Non ti so dare una motivazione precisa. Per me è come quando ti ricordi  l’appello delle superiori, un po’ la stessa cosa.  Anche a Rio ci ho pensato. Non so  neanche se loro avrebbero fatto la stessa cosa. So che per me è stato naturale. Non ho potuto fare diversamente. Erano lì con me.

A. Sei stata un po’ l’anello di congiunzione tra lo storico Setterosa e quelli che li hanno seguiti dopo. Che effetto ti ha fatto vedere in TV l’esordio del nuova nazionale dopo il tuo ritiro?

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T. Una cosa che mi gratifica tanto  è che siamo state brave tutte. Abbiamo costruito una cosa che dura. Anche io l’ho costruita insieme a tutte loro e continua a funzionare indipendentemente da me.  È bellissimo. Quello che abbiamo fatto non è stato un caso fortuito. La sensazione è che abbiano trovato il giusto modo di lavorare.

A. Cosa pensi di aver trasferito alle tue compagne?

T. A parte le cose tecniche,  l’affiatamento.  Spesso c’è il timore di fare le cose.  È stato fico poterle dare qualcosa di importante per supportarle dove potevano arrivare e arriveranno in futuro.  La cosa che vorrei di più è che loro continuassero a fare la stessa cosa. Cioè trasferire alle nuove quello che loro hanno imparato

A. La cosa più importante secondo te, che avete costruito insieme qual’è?

T.  Abbiamo imparato a volerci bene. Non è stato sempre chiaro l’essere unite.  Mentre nel Setterosa storico ci è venuto più naturale, credo che sia una grande ricchezza per questo Setterosa esserci riuscite. Ci devi provar a volerti bene. Abbiamo imparato che per arrivare là ci si arriva tutte insieme. Il  concetto di volersi bene deve andare aldilà dei tuoi interessi privati che devono essere messi da parte. Devi andare oltre su ogni cosa. Questa è stata la cosa più importante che abbiamo costruito.  Abbiamo avuto la fortuna di vincere qualcosa insieme. Ci siamo arrivate perché lo volevamo tutte insieme. Anche l’attenzione che abbiamo dedicato su tutti gli aspetti. Colmare quelle cose che non si sapevano. Spesso le squadre non si fermano a pensare al dettaglio che manca.  Senza crearci troppi alibi quando abbiamo capito cosa ci serviva, siamo state ciniche e ce lo siamo andate a prendere. Non abbiamo aspettato che qualcuno ci dicesse cosa fare.

A. Cosa ha significato per te essere il Capitano del Setterosa?

T. È stato bello nel momento in cui ho preso decisioni giuste. Brutto quando dovevo assumermi  delle responsabilità e non ero sicura di fare la cosa giusta. Non mi ha condizionata perché sarei stata comunque la stessa persona a prescindere se fossi stata capitano oppure no. Sicuramente essere un esempio positivo, coerente,  è stato un grandissimo onore e allo stesso tempo una grandissima responsabilità.

A. Cosa significa indossare la maglia dell’Italia? Cosa diresti ad un atleta che la indossa per la prima volta?

T. Di esserne fiera che comunque tu rappresenti il tuo paese nello sport che deve essere di esempio e invogliante per le altre. Non la puoi trattare  come una cosa tua.  Hai l’onore di poterne fare parte ma non è tua! Neanche quando fai il capitano diventa tua. E devi  poter pensare di cercare di coinvolgere più persone possibili a giocare. Non ti puoi comportare male se devi essere un tramite per appassionare gli altri. Non te la puoi tirareHo sempre pensato che dovevo guadagnarmela ogni giorno quella maglia per meritarla. Sempre. Vero è che ti devi sentire gratificata e privilegiata ma non la devi usare per fare male a qualcun altro.

 La passione per i libri

A. So che sei una divoratrice di libri ( ridiamo). In particolar modo durante le tue quattro Olimpiadi sceglievi sempre qualcosa a tema. Da dove nasce questa tua passione?

T. Sì non solo per le Olimpiadi. Mi piaceva leggere qualcosa che fosse collegato con il luogo. Lo sceglievo per origine dell’autore o per la città dove si stava svolgendo la competizione. Spesso leggevo libri che mi divertivano perché mi sono resa conto che vivevo con molta tensione la mia parte sportiva. Pertanto quando mi toglievo la calottina, sentivo la necessità di evadere fuori da questo mondo, che riempisse quella parte di me che in quel momento non vivevo: un romanzo d’amore, oppure storico. Avevo bisogno di concentrarmi anche su altre cose che mi dessero la possibilità di sapere di più di altro che non fosse la pallanuoto. Che mi completasse. 

Ci sono stati libri che hanno migliorato la mia cultura. Altri che mi hanno permesso di vivere cose che fino a quel momento non avevo vissuto. Libri dove ho sottolineato frasi che sono state emblematiche. Fra tutti mi viene in mente “Il Vecchio e il Mare” di Ernest Emingway perché ero piccolina. Mi colpì la tenacia del protagonista Santiago di lottare e riuscire nonostante le avversità, a realizzare il suo sogno. Il modo di farlo, di dedicarci tutto te stesso difficilmente lo trovi. Quando sei piccolina leggerlo ti fa pensare.

Un altro che mi viene in mente “Un uomo” di Oriana Fallaci.  A parte la storia d’amore di questa donna follemente innamorata che non comprendeva la passione per la politica del suo uomo,  ma andava oltre amandolo lo stesso. Forse tutte le donne che fanno sport in fondo si sentono un po’  eroine perché in fondo per noi è sempre tutto più complicato. Spesso leggere i romanzi ad esempio di Isabelle Allende, erano  per me fonte di ispirazione. Mi piaceva il fatto che il personaggio più forte fosse una donna. Ti rendi conto che combatti contro una serie di problematiche che ovviamente i tuoi personaggi hanno affrontato.  

Stringi stringi è sempre quello il problema: se lo fai da donna è più difficile.  Però se ci riesci, sei ancora più brava. Noi donne dobbiamo faticare sempre il doppio.

Anche il senso di appartenenza alla famiglia mi è piaciuto leggere perché sono stata fortunata e felice di aver incontrato tante persone nel mondo della pallanuoto. Ma lo so che sono quella che sono grazie alla mia famiglia.

 Il passaggio da giocatrice ad allenatore

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A. Passiamo invece a questa tua nuova sfida da allenatore…

T. Non è  facile. Un conto è essere un esempio da giocatrice e ti limiti a quello. Da allenatore ancora non sono separata da quello che era il mio ruolo. Quello che vorrei succedesse, è riuscire a trasmettere alle ragazze che alleno, tutto quello che ho imparato. Mi piacerebbe che le recepissero e le mettessero a frutto a modo loro. Devo però trovare la giusta modalità perché non è facile gestire tante persone ognuno con il suo modo di comunicare. 

Per me è tutto nuovo ed è stimolante. A 37  anni ormai da giocatrice mi erano rimaste poche cose da sperimentare. Invece in questo nuovo ruolo ho tanto da imparare.

A. Quali sono i tuoi valori?

T. Il valore principale per me è la meritocrazia. Io voglio che loro pensino che qualsiasi cosa succeda in piscina, sia qualcosa che si siano guadagnate, trovando i loro modi. Ci sono tante cose che io posso insegnare ed è giusto che io lo faccia. Ma n’esistono tante altre che nessuno può farle per loro. Anche perché non c’è un modo universale per tutti. Ognuno deve metterci del suo perché è quello che poi fa la differenza in partita. Invece purtroppo, molte giocatrici aspettano che qualcuno dica loro cosa fare. Una caratteristica che mi piace molto vedere nelle atlete è il saper prendere l’iniziativa giusta o sbagliata che sia. Non per forza perché una cosa te la dico io deve esser fatta in quel modo. Io posso dare gli strumenti e poi l’atleta deve poterli adattare a se stessa.  Come nello studio, non tutti lo fanno allo stesso modo e non è che il professore ti può dare un metodo. Sei tu che poi trovi la soluzione migliore per te. Questo è quello che manca in questo momento in questa generazione.  Arrivo faccio il compito e la cosa finisce lì.  Mi piacerebbe che anche in alcuni momenti fuori della piscina, prendessero consapevolezza di quello che stanno facendo. Per farlo ci devi pensare anche fuori dalla piscina. Va bene l’approccio mentale al divertimento. Ad alti livelli ci vuole però una preparazione che non può cominciare e finire in piscina.

A. Secondo te a cosa è dovuto?

T. Mi rendo conto che questa generazione tra i 15 e i 25 anni, è abituata mentalmente ad avere tutto è subito in qualsiasi area della vita. Hanno tutto pronto. Questo non li mette nelle condizioni di avere voglia di fare le cose meglio della sufficienza. Io cerco di capire se veramente gli piace giocare a pallanuoto.  A parole mi dicono di sì ma poi mi accorgo dalle facce e dai loro occhi che non è così. Te ne accorgi subito perché non c’è entusiasmo, non c’è passione perché non gli danno il valore giusto.  Mi ricordo che per me fare sport era un privilegio, una sorta di premio. Pertanto dovevo onorare il mio impegno. Invece siccome adesso qualsiasi cosa che ti viene data è scontata, ti arriva con facilità, non gli dai il giusto peso.  Manca il senso di gratitudine di fare una cosa così divertente, così bella. Come per il cibo: quando hai fame apprezzi qualsiasi cosa ti venga dato. Quando invece sei abituato,  non ne apprezzi più neanche il gusto. In queste condizioni è difficile motivarle perché non è un problema di carattere tecnico. Il problema è lavorare con persone che hanno voglia di impegnarsi. Alle volte sembra quasi come se imponessi il gioco. Io non voglio imporre niente a nessuno. È una tua scelta stare qui. 

A. Al di sotto dei 15 anni com’è la situazione ?

T. Sotto c’è speranza perché la maggior parte lo fanno ancora per divertimento, si impegnano e le vedi che sono veramente felici di giocare. Anche nelle altre vorrei leggere questa felicità nei loro occhi.  Non posso pensare che vivano la pallanuoto in questo modo.

A. Da cosa partiresti per costruire un gruppo, visto anche la tua esperienza nei vari Setterosa che hai avuto la fortuna di vivere?

T. Non posso pretendere che tutte diventino amiche perché non lo eravamo neanche noi dello storico Setterosa. Siamo state sorelle che è una cosa diversa. Però vorrei che capissero che fare uno sport di squadra presuppone che tutte siano importanti, mettendole in condizione di dare il massimo senza provare invidia se qualcuna è meglio di te. Ognuna contribuisce personalmente per conseguire un obiettivo comune non individuale. Noi del Setterosa Oro ad Atene, avevamo questa cosa qui. Avevamo un sogno. Ecco quando chiedo a loro se hanno un Sogno, non riescono a darmi una risposta. Spesso sanno bene cosa non vogliono, ma non sanno quello che vogliono. Non posso prendere per buono l’assenza di ambizione, di avere un obiettivo grande o piccolo che sia. Non per forza deve essere un Olimpiade. Può essere anche quello di migliorarsi. Questo non lo posso accettare.  Anche se la mia generazione era sicuramente diversa perché è stato più facile volerlo. Avevamo meno cose e quello che avevamo come lo sport, ci impegnavamo moltissimo. Eravamo pronte a fare questo sacrificio. Non posso pensare che vivono con l’idea che giocare o non giocare è uguale. L’idea di finire o non finire la scuola sia uguale. Non posso stare senza fare niente e lasciare per buono che la cosa più importante siano i social. Lo so che è difficile fare una cosa che non ti hanno insegnato o non ti hanno aiutato ad accettare.

Tutto intorno a loro è complicato. Se fai così in altri ambiti è difficile poi non rifarlo anche nella pallanuoto. No, mi spiace, non posso dare per buono che sia così.

A. Quanto ti viene difficile comunicare con loro?

T.  Tanto. Mi rendo conto che mi viene difficile capirle. Parliamoci chiaramente:questa è una età problematica dove ci siamo passate tutte. La pallanuoto è uno dei quarantacinque milioni di problemi che hanno. Non esiste solo lo sport: c’è la scuola, il fidanzato, i genitori, le amicizie. Ricordando la mia adoloscenza pensavo che tutto capitava a me. Ogni difficoltà era ingigantita, quando invece proprio in quei momenti ti stai costruendo la tua scala di valori e poi dopo capisci quali sono le cose importanti. Non posso quindi credere che loro non si approccino allo sport con il giusto atteggiamento perché fanno così anche nella vita.  Non si può riuscire in tutto. Abbiamo i nostri limiti. Ma è bello che loro accettino anche il fatto di non potercela fare perché non voglio che scelgano di rimanere a casa piuttosto che giocare la partita e perderla. I problemi vanno affrontati. Se va male imparo comunque dagli errori. Posso andare male in un interrogazione, becco una punizione dai miei genitori, ho perso la partita, comunque non è morto nessuno.

Imparo dai miei errori e vado avanti

A. Secondo te hanno paura di fallire?

T. Probabilmente sì. Tutti abbiamo paura di fallire. Io ce l’ho ancora adesso. Penso che sia insito nella natura umana. Però ciò non mi impedisce di mettermi in gioco. Io faccio quello che posso, dando il mio massimo sempre. Poi vediamo che succede. Sapere di non aver raggiunto il risultato perché io non ho dato il mio meglio, allora questo sì che è un fallimento.

A. Supponiamo che tu avessi in squadra una giocatrice di talento, forte. Ti piacerebbe l’idea di dipendere da lei?

T. Puoi mettere tutti nelle condizioni di fare tutto.  Nessuno deve diventare indispensabile se le fai crescere tutte in un determinato modo. Poi se nasci Tania Di Mario è una fortuna da un lato. Dall’altro  è un problema  Non voglio pensare un giorno da allenatore che se mi dovesse mancare “X giocatrice forte “che è fondamentale, penso che non si possa vincere lo stesso.  Non mi piace dipendere dall’atleta. Quando ce l’hai in acqua speri che faccia quello che sa fare. Quando non c’è pazienza, vorrà dire che ne faremo a meno. 

A. C’è un allenatore a cui ti ispiri?

T. Non c’è qualcuno in particolare. So che da atleta ci sono cose che mi sono piaciute e altre meno. Penso che succederà la stessa con me. Qualcuna magari un giorno dirà che è stata allenata da Tania Di Mario e si è trovata male. Non posso piacere a tutti.  (ndr. Anche il grande Julio Velsaco…lui stesso dichiarò che alcuni lo odiavano)

Quello che spero nei maggior parte dei casi e che io riesca dare tutto quello che ho imparato. So già che non sarà per tutte così. Spero anche  che quella cosa che non  è piaciuta di me, le sia stato d’aiuto.Taniadimario_mentalcoaching (1)

A. Quanto pesa per te da allenatore, il fatto che  ti chiami “Tania Di Mario”?

T. Per me non è matematico che un buon giocatore diventi anche un buon allenatore. Di questo sono sicura. Quando sei stato giocatore sei stato anche molto fortunato come nel mio caso ad avere un talento naturale per la pallanuoto. Ti sei allenato ma non ti sei dovuto sforzare molto per impararle le cose. Al contrario insegnarle non è così semplice perché non hai neanche la progressione didattica con cui le hai imparate. Anzi parto dall’assunto che non sarò mai un grande allenatore perché non allenerò squadre adulte, perché non me la sento. Non ne ho neanche voglia perché sento che non mi appartiene.  Di questo sono sicura al 100%.

A. Però potresti diventare un buon allenatore di squadre giovanili. Ti sembra poco? ( ridiamo) perché ti piace così tanto allenare i bambini?Io tralaltro sono convinta che i migliori allenatori sono appunto quelli che riescono ad allenare i giovani. Il momento più delicato  e difficile per un allenatore: accendere nei loro cuori la fiammella della passione che non si spegnerà mai più.

T. Il fatto che mi piace allenarle deriva dal dispiacere che proverei, che tutto quello che so, che ho avuto la fortuna di imparare da tantissime persone vada perso. Magari adesso non fanno più parte di questo mondo ed è sbagliato perché arricchirebbero la pallanuoto italiana e internazionale. La paura, che questo possa succedere, mi ha portato a pensare di donare tutto questo a tutti quelli che posso incontrare. Non è lo scopo principale della vita. Però sento di dovere restituire allo sport che amo quello che a sua volta  mi ha donato. Lo amo così tanto che voglio rimanere nell’ambiente anche sotto altre modalità. Adesso comincio da questo ruolo e devo vedere prima di tutto se sono in grado perché ho cominciato da pochissimo quindi ancora non so dirti.

Quello che mi piace è rimettermi in gioco perché ogni volta che giri pagina, ricominci tutto daccapo. Non parti dal decimo gradino di una scala. Parti dal più basso. Chiudere un cerchio per riaprirne un altro.
 I ringraziamenti di Tania

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A. Vuoi ringraziare qualcuno a questo punto della tua carriera che volge al termine?

T.   Penso che avrei voluto sempre ringraziare tutte quelle persone che hanno reso possibile questo incredibile sogno sportivo. Soprattutto alla fine delle interviste, come adesso mi devo ricordare di loro,  perché magari penso che sia una delle ultime volte che ho la possibilità di dire quello che penso, di ringraziarli  e mi hanno permesso di arrivare fino a Rio. Le mie compagne di squadra, tutte le persone che hanno fatto parte della mia vita pallanuotistica sia in nazionale che nel club Orizzonte Catania.  Da chi mi ha fatto giocare sempre in una squadra top.  Dal mio presidente Nello Russo,  al dirigente  La Delfa dell’Orizzonte. Aldilà del Setterosa non sarei quella che sono se non avessi giocato in questo club.  Alla famiglia, i miei genitori che mi hanno sempre sostenuto. Mio fratello grande tifoso nonostante non abbia avuto la possibilità di viverlo perché era piccolino quando sono andata via da Roma.  I miei nonni, il mio fidanzato,  le mie amiche. La mia migliore amica magari che non ci ho avuto modo di dire: Grazie Maria Elena . Poi ogni volta non ti possono ascoltare tutte le persone  che vorresti ringraziare ma  dentro di te gli dai merito perché ti rendi conto quanto abbiano contribuito.

A. Dai Tania qualche merito dattelo anche tu. Qualcosa l’avrai pure fatta no? (ridiamo)

T.  Io non lo penso. Come potrei dirlo se non lo penso? Non ce l’ho.  Non mi viene in mente. Non mi viene di dirlo. Io tutte le volte dovevo sempre ringraziare qualcuno perché è stato fondamentale per quello che è poi è successo. Lo so quanto sono stata brava e quanto non lo sono stata. Però percentualmente non è mai quanto invece tutto il resto che ha contribuito.  Non sono stata mai brava da sola io e basta. Io la penso cosi.  Vincere una partita di uno sport di squadra va beh sarai stata anche capace.  Però  che fortuna essere nata in Italia e poter giocare questa pallanuoto. Se fossi nata in Germania potevo anche chiamarmi Tania Di Mario non avrei vinto nulla. In Federazione ci sono delle ingiustizie e bisogna combatterle. Ma non bisogna fare finta che quello che ci ha dato è un dato di fatto innegabile e che tu me l’abbia dato. Comunque mi hanno messo nelle condizioni di arrivare lì. Di darmi anche la possibilità a 37 anni di farmi fare la quarta Olimpiade. Altre federazioni internazionali atlete delle mia età che avrebbero potuto ancora giocare, per partito preso  non le hanno convocate. Io invece stavo là. 

Anche Fabio Conti (ndr attuale commissario tecnico nazionale) mi ha voluto.  Poteva farlo di non convocarmi. Ma non l’ha fatto. Richiamarmi dopo che ero uscita per mia scelta dalla nazionale nel 2010,  non posso che ringraziarlo che mi ha dato l’opportunità di vivere tutto questo. L’ ennesimo sogno che per me non era scontato. Non era messo in conto. Mi è arrivato come regalo. Non posso fare finta di tutto questo.  Mi ha dato questa possibilità.

Mi ha cambiato veramente la vita quando avevo già pensato che la pallanuoto mi avesse dato tutto. 

Io in questo momento sono l’unica atleta donna della pallanuoto ad aver partecipato a quattro olimpiadi. Probabilmente ci rimarrò per molto tempo.  Mi è stata data la possibilità di mettermi la seconda medaglia al collo. È un regalo troppo grosso per non poter dire grazie.  

A. A parte il sogno di diventare mamma che è quello che ti ha fatto prendere la decisione di smettere di giocare, qual è il tuo prossimo sogno da realizzare?

T. Mi piacerebbe essere tanto brava come mi sono sentita giocando a pallanuoto, in qualcosa che non c’entri niente con la pallanuoto almeno che non sia prettamente fisica.Vorrei riuscire ad avere quella mentalità di fare un progetto, indovinando una soluzione per qualcosa che non c’entri niente con la pallanuoto. Voglio diventare altrettanto competente in un’altra cosa. Potrebbe essere qualsiasi cosa che non sia legato allo sport in senso stretto che non si quello che sia quella cosa lontana da quel mondo.

A. Lo sport come atteggiamento mentale, ti potrebbe essere d’aiuto?

T. Sicuramente sì, mi sta aiutando. Anche se da una parte  aver fatto l’atleta per così tanto tempo, mi metterà nelle condizioni di non cominciare nell’età giusta. Non mi sto a frustar per questo motivo però è obiettivamente più complicato. Comunque una deve fare le cose nel miglior modo giusto per il tempo che ti è stato concesso di poterlo fare. 

(ndr) Finita l’intervista, ringrazio Tania di cuore per essersi raccontata con sincerità e con tanta umiltà, a mio modo di vedere una delle caratteristiche più importanti che bisogna possedere per essere dei campioni di successo nel lungo periodo, perché esserlo nel breve ci riescono tutti. È stata un’esperienza che va oltre il semplice racconto di un donna vincente. Mi ha trasmesso  tutta la sua passione e il suo amore per la pallanuoto. I suoi valori, la voglia di fare qualcosa per i giovani senza avere la presunzione di essere già arrivata solo perché ha una carriera da giocatrice eccellente alle spalle,  fa ben sperare che tutta la sua esperienza non vada persa nel vuoto, come è successo a tantissimi atleti del passato anche in altre discipline.

Tutto lo sport italiano ha bisogno che grandi campioni come lei, siano messi nelle condizioni a fine carriera di poter trasferire nel proprio sport, tutto il patrimonio tecnico-umano ai giovani atleti. È così che si creano dei cicli vincenti duraturi nel tempo che si auto-alimentano da soli.  In un momento di grande crisi sociale, dove coinvolgere i bambini nella pratica sportiva, diventa sempre più difficile occorrono allenatori capaci di accendere questo fuoco dentro i loro cuori aiutandoli a  credere ancora nella forza di un Sogno. Questa, a mio avviso, è la sfida più difficile che un allenatore possa affrontare. 

 Conclusione

Adesso spero che tu ti sia fatto una tua idea su cosa vuol dire essere atleti o allenatori vincenti. E per capirlo non c’è altro modo che metterti in gioco tu stesso. Si esatto o pensavi che bastava leggere l’articolo? 🙂 Per fare in modo che questa lettura, non svanisca nel nulla all’interno della tua mente ma tu possa trarne beneficio nella tua vita sportiva e non, ti chiedo di entrare in azione prendendo un foglio di carta e una penna. Niente smartphone o altre diavolerie tecnologiche.  Scrivi ora…non domani ma ora in questo momento, il tipo di atleta o allenatore che sei attualmente, le caratteristiche vincenti che ti riconosci: i tuoi punti di forza. Poi scrivi invece quello che ti piacerebbe diventare, elencando le qualità che secondo te ti servono per arrivare al tuo livello desiderato. al tuo ideale di atleta o allenatore,  prendendo spunto da quest’intervista ( ne trovi tantissimi). Una volta che hai capito di cosa hai bisogno…AGISCI E CORRI A PRENDERLE!!!

Come? Se hai la fortuna nel tuo sport di essere allenato da una campionessa come Tania Di Mario, sei già a buon punto. Hai già costruito metà del tuo futuro successo. Il resto dipende solo da te.

Se invece questa possibilità non ce l’hai…CREATELA TU.  Segui i grandi campioni che ammiri non solo nella tua disciplina. Studiali, osservali, leggi le loro biografie. Ormai con la tecnologia reperire interviste e articoli è molto semplice.

Questo sarà il tuo allenamento: allenarsi a rubare le qualità vincenti ( tecniche-fisiche e mentali) dei grandi campioni

1. Prendi carta e penna e scrivi il tipo di atleta o allenatore che sei in questo momento. Le cose che ti piacciono e quelle che non ti piacciono. Almeno 3 caratteristiche ( metti la data di oggi)

2. Trova le tue qualità vincenti (es: umiltà, determinazione) e i tuoi punti di forza tecnici-fisici e mentali che pensi di possedere già

3. Adesso descrivi, nei minimi dettagli,  l’atleta o l’allenatore che desideri diventare ( metti la data entro la quale farai questo lavoro es: 31/03/2017)

4. Scrivi 5 qualità tecniche-fisiche -mentali, che secondo te dovresti avere e che in questo momento ti mancano per raggiungere il punto 3

5. Adesso comincia la  tua ricerca

Immagino che ti stia chiedendo… ma come devo scriverlo? divido il foglio con una linea verticale o una orizzontale? Come faccio la ricerca?

Bingo!! È proprio questo il punto…io ti sto dando degli  spunti. IL TUO COMPITO È ALLENARTI A TROVARE IL TUO MODO. Se non ti eserciti in queste piccole cose, come speri di farle in quelle più grandi? Allenati a essere creativo, a rubare il mestiere ai grandi campioni. Osservali, studiali,  e poi elabora le informazioni riadattandole a te senza prendere per oro colato tutto quello che dicono. Sono persone anche loro e possono sbagliare. Pensa sempre con la tua di testa. Te lo ripeto: rubagli il mestiere!!!

Sei abituato ad avere la pappa pronta.  Il mio compito è riaccendere la luce dei tuoi neuroni atrofizzati…quindi METTITI IN GIOCO. Non ti chiedo di essere perfetto. Ti chiedo solo di cominciare a MUOVERTI perché sei tu l’artefice del tuo successo.

Se senti che non fa per te quest’allenamento, allora smetti subito di fare l’atleta o l’allenatore. Stai solo perdendo il tuo tempo. Forse non è quello che vuoi fare nella vita. Comunque vada avrai capito qualcosa in più di te.

A te la scelta!Buon allenamento!

Grazie di cuore!!!
Aurora

(immagini tratte da google – Foto Tania Di Mario versione allenatore : Aurora Puccio presso Ekipe Orizzonte Catania)

Aurora Puccio
About Aurora Puccio
Ciao! Sono Aurora la mia filosofia è invitare le persone a guardare le cose da angolazioni differenti, partendo dall'atteggiamento mentale con il quale si osserva una situazione. Lo sport è la mia più grande passione insieme ad altre forme artistiche come teatro e scrittura, che in questi articoli si intrecciano con armonia per darti degli spunti sull'allenamento mentale.
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