image Elogio alla paura come alleata della prestazione

Dalla crisi alla rinascita del gioco interiore – INTERVISTA

Dalla crisi alla rinascita del gioco interiore

Case history di un percorso di mental coaching 

 di Aurora Puccio
La gente teme quello che ha dentro. Ma è  l’unico posto in cui troverà tutto quello che serve.
(Cit. tratta dal film: La forza del campione di Victor Salva)
PREMESSA: IL GIOCO INTERIORE

Il gioco interiore è il gioco che Tim Gallwey, considerato il padre del coaching sportivo,  identificò quando da allenatore di tennis osservava i giocatori alle prese con l’apprendimento delle tecnica. Notò che quando essi si sforzavano di eseguire il gesto tecnico per farlo andar bene, aggiungevano ulteriore tensione, oltre a quella derivante dall’esterno. Quando invece il gesto era eseguito con espedienti collegati al divertimento e al gioco, inteso come modalità di approccio, l’apprendimento della tecnica migliorava e le correzioni con il tempo assorbite.

Nel gioco interiore possiamo includere tutte le risorse che a diverso titolo aiutano, oppure devastano, l’atleta o la persona, durante la prestazione in allenamento e in gara. Determinazione, capacità di mettersi in gioco, consapevolezza dei punti di forza, ad esempio, supportano il gioco esteriore ovvero l’esecuzione del gesto tecnico.

Il giudizio altrui, la paura di fallire, la non accettazione dell’errore, invece sono alcuni esempi di come possono influenzare negativamente il gesto.

Esiste pertanto una vittoria a cui gli atleti dovrebbero dedicare maggiore attenzione e da cui trarranno benefici replicabili e duraturi nel tempo: conquistare  la consapevolezza che esiste un gioco interiore da integrare con quello esteriore affinché entrambi con armonia, siano al suo servizio.

Tutti, nessuno escluso, in qualsiasi contesto dobbiamo  rendere conto al nostro gioco interiore. Una partita interna ancora troppo sottovalutata che di fatto incide sulla prestazione. Più non viene considerata, più salta fuori. Strutturare un buon gioco interiore significa essere consapevole delle proprie risorse, delle abilità di saper trasformare paure come quella del giudizio altrui o del fallimento.

La storia che state per leggere è quella di Pietro un giovane come tantissimi altri con un sogno da realizzare: diventare un giorno campione del mondo.  Inizia con entusiasmo la sua avventura cosciente che dovrà impegnarsi tanto se vuole mettersi nella condizione di realizzarlo. Tutto procede bene. Ottiene anche dei risultati importanti quando a un certo punto entra in crisi e si accorge che nel momento più delicato del suo inizio carriera, il lato umano, in questi casi delicati ancora più necessario, viene a mancare. Il desiderio di mollare tutto sembra prendere il sopravento quando in lui scatta la decisione che no, non poteva finire così. Doveva far qualcosa per cambiare.

CASE HISTORY: DALLA CRISI ALLA RINASCITA DEL GIOCO INTERIORE

“Sei un fallito” sono le parole che un giorno Pietro, giovane ciclista di 17 anni, si sente dire in un momento di crisi. Non riesce più a replicare i successi della stagione passata quando persino intravede la possibilità di una convocazione in nazionale ai  campionati europei giovanili. All’improvviso tutto sembra crollare. Il sogno azzurro sfuma e con esso anche la motivazione portandosi via anche il suo grande sogno. Pietro inizia davvero a credere a quelle parole. Rimbalzano di continuo nella sua testa trasformandosi a poco a poco nella pericolosa convinzione che sia meglio mollare tutto.

Ecco come Pietro descrive quel momento: «Succede che nel 2019 faccio una stagione strepitosa a tal punto da sperare in una possibile convocazione in azzurro. Ma vuoi per un errore di preparazione atletica commesso da me.  Vuoi per errori inerenti alla sfera alimentare, mi sono ritrovato a giugno con una massa grassa molto bassa, e le mie performance si sono ridotte a zero. Non sono più riuscito ad esprimermi come la stagione passata.

«Così in estate entro in un loop negativo pericoloso dove mi ero convinto dell’impossibilità di ritornare alle belle  prestazioni trascorse. Ho avuto dei problemi con il preparatore che mi ha dato del fallito, che avrei dovuto abbandonare la disciplina e che ero destinato ad essere sempre un atleta amatoriale.

Mi sono sentito profondamente amareggiato e volevo mollare tutto.

Poi però mi sono detto: “Mollare ora dopo tutti questi anni di sacrifici no. Non può succedere.” Così, con l’aiuto dei miei genitori, ti abbiamo contattata e abbiamo iniziato questo percorso con te».

L’INIZIO: UN CUORE E DUE RUOTE

dalla crisi alla rinascita del gioco interiorePietro fin da piccolo ha praticato diverse discipline come sci e tennis. Quest’ultimo con più costanza e a un certo punto ha capito che non era il suo sport. Non si era appassionato. Soprattutto non si divertiva. Allora visto che con papà andava anche in bici, nel 2016 decide di dedicare più tempo alle due ruote. Diventa amore a prima vista e dal 2018 fa parte della società UCLA della Liguria.

La specialità a cui si dedica è quella del cross country disciplina della mountain bike fatta di percorsi brevi ma ad alta intensità. Di recente si sta cimentando anche nella marathon, gare più lunghe e complesse dal punto di vista altimetrico, per assaggiare entrambe le peculiarità e capire poi, tra qualche stagione, in quale delle due poi puntare definitivamente per inseguire il suo sogno.

Pietro, perché alla fine la tua scelta è caduta sul ciclismo?

Il ciclismo rispetto al tennis mi dà la possibilità di esprimere tutto il mio senso di libertà,  di voglia di allenarmi che nel tennis non veniva fuori pienamente. Mi piace proprio come sport, come gesto atletico. Anche come epicità cioè il ritrovarsi  in allenamento e in gara in condizioni ambientali difficili. E poi il bello del ciclismo è  che non sei vincolato in un campo chiuso, nel senso delimitato dalle righe come avviene nel tennis. Sei a contatto con la natura e hai la possibilità di scegliere davvero percorsi infiniti e diversi l’uno dall’altro.

Il concetto di libertà per me è fondamentale. Rappresenta una mia esigenza. Non riesco più a concepire a praticare uno sport dentro i limiti di un campo. Per me lo sport significa essere libero di andare dove voglio.

Sei fortunato per aver scelto lo sport che ti appassiona. E se fosse accaduto il contrario? E se non ti fosse stata data la possibilità?

Si è vero. Sono stato fortunato perché fin da piccolo ho praticato diverse discipline e comprendere quella che mi piaceva. Quando ci sono ragazzi che si sentono obbligati dai genitori oppure non hanno la possibilità di scegliere, penso che si tratti di una questione di avere il  forte desiderio di cambiare ed essere quindi portati ad affrontare un rischio.

Cioè,  se voglio cambiare la situazione perché sento che non mi diverto più devo avere il coraggio di cambiarla, assumendomi dei rischi. È l’unico modo. Altrimenti si resta in uno stato di frustrazione perenne o fossilizzati a  in un circolo vizioso dal quale, uscire solo con le proprie forze, è faticoso.

Piuttosto però che essere infelici credo sia più importante rischiare. Anche se all’inizio praticare una nuova disciplina può essere complicato dal punto di vista tecnico, occorre insistere ed essere costanti per praticare davvero quello che ci piace.

Da noi nel ciclismo ci sono alcuni esempi di questo tipo come  Remco Evenepoel e Tadej Pogacar.  Sono fenomeni arrivati un po’ tardi rispetto al classico iter. Non è detto che se uno vuole cambiare sport allora deve per forza vincere.  All’inizio lo scopo prioritario non deve essere quello; intendo quando hai capito che stai praticando uno sport che non ti piace. Lo scopo deve essere cambiare per stare meglio. Con la piena consapevolezza che le probabilità di diventare un super campione sono ridotte. Ma un atleta non è che lo sa prima.

Ribadisco quindi che il primo approccio è cambiare per se stessi. Poi quello che succede, succede.

IL CASO ANALOGO DI GIANMARCO TAMBERI E ANTONELLA BELLUTTI

La società di oggi tende sempre di più alla specializzazione precoce degli atleti condizionata da una falsa convinzione che se in rare discipline, come ad esempio la ginnastica può essere giustificata, in altre diventa limitante e inefficace. Una convinzione secondo la quale se entro una certa età non ottieni dei risultati tipo fascia 17/18 anni, allora puoi smettere di praticare non solo quello sport. Ma addirittura al giovane atleta viene detto che  in nessun altro potrà riversare le sue ambizioni perché ormai è troppo tardi per  raggiungere risultati di alto livello.

Gli esempi riportati da Pietro trovano conferma nelle storie di due grandi  atleti che hanno vinto i Giochi Olimpici.

dalla crisi alla rinascita del gioco interiore

Gianmarco Tamberi campione olimpico salto in alto Tokio 2020 (foto wilkipedia)

Il primo si chiama Gianmarco Tamberi recente campione olimpico di salto in alto a Tokio 2020. A 17 anni smise di praticare basket per dedicarsi all’atletica. Vista l’età il cambio fu visto con un certo scetticismo considerata la premessa sopra descritta. Invece Tamberi ha zittito tutti a suon di risultati.

La seconda è la bi-olimpionica di ciclismo Antonella Bellutti promessa dell’atletica leggera

dalla crisi alla rinascita del gioco interiore

Antonella Bellutti Due volte olimpionica Atlanta 1996 e Sydney 2000
EPA PHOTO AFP/PEDRO UGARTE fonte oasport

che a causa di un infortunio dovette cambiare disciplina e dedicarsi al ciclismo. Anche qui gli fu predetto che, vista l’età anche lei intorno ai 17 anni, era meglio non aspettarsi nulla e che non avrebbe mai vinto gare importanti.

Spero che queste due esperienze possano stimolare un nuovo modo di pensare. A prendere in considerazione, prima dei risultati, l’importanza che i giovani proseguano a praticare sport senza tappare loro le ali anzi tempo per un pregiudizio privo di senso. Non si sanno mai i casi della vita. Per fortuna né Tamberi e né la Bellutti hanno dato ascolto solo alla loro passione e ambizione.

IL PERCORSO DI MENTAL COACHING SPECIFICO PER LA PERFORMANCE

Quando Pietro decide che è arrivato il momento di cambiare, comprende anche che un supporto esterno può essergli utile alla causa.  Si confronta con i genitori e decidono di chiamarmi per intraprendere un percorso.

Pietro racconta: «Non nascondo che all’inizio è stato molto duro perché ero in una situazione di stallo. Di blocco totale e con il morale a terra. Dovevo uscire da questa condizione mentale e affrontare un forte impatto con il  cambiamento. Rendermi conto che per prima cosa avrei dovuto cambiare il mio modo di approcciare alla situazione».

Si è vero. All’inizio partire da questa situazione è  complicato. Ti riconosco  il merito di esserti impegnato tanto perché volevi fortemente sbloccarti. Senza questo tuo impegno, come dico sempre, gli obiettivi raggiunti sarebbero rimasti scritti sul foglio di carta. Qual è stata  la molla che ti ha fatto scattare la motivazione?

«L’intenzione, il desiderio, la voglia di uscire al più presto dalla crisi. Appena ho visto la possibilità di farlo con il tuo supporto, non ho tentennato un attimo e ho colto l’opportunità di lasciare andare tutto ciò che mi appesantiva e che stava influenzando anche relazioni extra-sportive come i miei amici e anche i miei genitori».

NOTA: È importante mettere in evidenza quanto l’impegno sia stata la chiave di tutto. Le persone pensano che le figure esterne di supporto siano provviste di bacchette magiche con la quale per telepatia si trasferisce la motivazione necessaria al cambiamento.

Pietro aggiunge: «È come tradurre una versione di greco. Si, il professore ti può dare tutte le regole per la traduzione. Ma se tu nell’atto pratico non ti impegni e ti eserciti nella traduzione, non puoi sperare di  superare l’esame.

A un certo punto quando abbiamo cominciato l’allenamento soffermandoci sul Dialogo Interno visto che tutti i tuoi discorsi erano rivolti sempre all’esterno, al giudizio altrui,  riguardo la gestione dei social ti invito a staccartene. Almeno fino a quando non saresti stato in grado di gestirli con il giusto distacco.  Cos’è cambiato tra il prima e il dopo questa mia richiesta di allenamento?

«Ho accolto la tua richiesta come una sfida e con un approccio giocoso» esordisce Pietro. «Usavo i social come qualsiasi adolescente. Certo, non è che ci stavo tutto il giorno, ma comunque scrollavo parecchio. Allora mi hai chiesto di cambiare atteggiamento usandoli sempre meno. Soprattutto in vista delle gare e in certe situazioni specifiche.

«Questo mi ha aiutato tantissimo a non identificarmi più in ciò che scrivevano e pensavano le altre persone. Nella mia testa  prima continuavo a dire che erano più bravi di me. Mi lasciavo condizionare da un mondo virtuale che di fatto non esisteva. Adesso che ci  penso mi viene da ridere perché davvero si tratta di un mondo che non esiste. Ci sta usarli, non voglio essere estremista, ma con consapevolezza perché poi, ad esempio durante manifestazioni importanti come le Olimpiadi, è bello scorrere le notizie, guardare i video.  Tutto dipende dal grado di consapevolezza con la quale li usiamo».

In seguito a questo allenamento di distacco dai social, com’è cambiata la tua prestazione?

«Prima di tutto è sbagliato usare i social prima di una gara o durante la preparazione di un evento importante. Perché davvero rischiamo di essere condizionati. Magari guardiamo una foto, o leggiamo un commento che fa scattare nella nostra testa dei meccanismi un circolo vizioso negativo da cui poi è difficile uscirne nell’immediato.

«Mi sento di poterlo affermare con certezza perché l’ho vissuto in prima persona. Nel momento in cui ho smesso di guardare i social, la mia testa era diversa. Libera di concentrarsi sulla performance. Era come avere un problema in meno da gestire.

«Esempio banale guardavo la foto di uno che scriveva di essersi allenato quattro ore il giorno prima mentre io solo tre ed è normale che paragonandoti iniziano a emergere pensieri conditi dal dubbio che portano a uno stato di insicurezza. Mi dicevo frasi di questo tipo: “Ecco lui è più allenato di me e io farò schifo”.  E poi magari il mio avversario fa una preparazione che non c’entra niente con quella mia. Nel frattempo ho sprecato energie mentali preziose a pensarci».

NOTA: In questa particolare occasione ho chiesto anche la collaborazione dei genitori, i quali ovviamente, con le migliori delle intenzioni,  postavano di continuo  sui loro social  risultati e foto del figlio-atleta. Ho spiegato loro la motivazione dal punto di vista della prestazione e che se volevamo aiutare Pietro a uscire dalla crisi, credevo indispensabile fare questo passaggio consapevole anche da parte loro.

Quando mi hai dato la notizia che finalmente ti eri staccato dai social, era come se ti fossi tolto un peso dallo stomaco. Una zavorra. E a quel punto ti ho chiesto di osservare i tuoi colleghi prima della gara, e quasi sempre fino all’ultimo li vedi attaccati ai social. Cosa hai pensato?

«Sul guardare così tanto il cellulare prima della gara e il giorno precedente, ci ho scritto anche un tema d’italiano e succede che la mente resta passiva. Tu incameri informazioni create da un algoritmo. Non rifletti. Non ragioni. La tua testa si sta preparando a un evento importante e deve restare attiva.

«Infatti notavo che soprattutto i più piccoli stavano tutto il tempo attaccati al telefono guardando dei post dove gli avversari mostravano la bicicletta nuova e sentivo che fra di loro commentavano con frasi tipo: “Guarda quello ha cambiato la bici ed è più bella della mia”, “guarda quell’altro che si è fatto quell’allenamento pazzesco”.  E vedevo che continuavano a parlarne. Poi magari in gara un po’ se ne dimenticavano. Però secondo me a livello inconscio resta e influenza la prestazione».

LA FORMULA DELLA PERFORMANCE

Nel momento in cui Pietro ha preso questa decisione cambiando il suo approccio in meglio, anche gli allenamenti e le prestazioni in gara sono poco alla volta migliorate. Questo perché una buona performance, secondo l’ipotesi di Tim Gallwey, è data da questa formula:

P=p-i

dove (P) rappresenta la performance, che è data da  (p) il potenziale meno (i) le interferenze ovvero tutti quei fattori che in qualsiasi modo possono interferire con la prestazione impedendo al potenziale di esprimersi. Ad esempio i social ormai sono da considerare un’interferenza. Oppure le condizioni meteo in caso di sport all’aperto, ciò che dicono gli altri, un’interruzione di gara improvvisa. La lista è lunga. Più si è in grado di prevederli e gestirli, più mi sembra un’ovvietà sottolineare quanto ne beneficerà la vostra prestazione in termini di risultato.

Allora siete ancora convinti che sia utile stare sui social? 🙂

 Bè adesso spero che con la condivisione dell’esperienza “sul campo” di Pietro  non debba aggiungere altro!

DIVERTIMENTO CON ATTEGGIAMENTO DA PROFESSIONISTA

Oltre a un percorso di mental coaching  Pietro non ha lasciato nulla al caso. Pur essendo molto giovane si è comportato come un professionista di alto livello e ha deciso di creare attorno a se un vero e proprio staff di supporto includendo anche un nutrizionista.

Il che mi ha reso particolarmente felice perché sembra scontato e di fatto non lo è. Infatti, nonostante i notevoli  passi in avanti nel campo della ricerca scientifica, ancora oggi ci si affida alle tradizioni leggendarie che ogni disciplina si trascina dietro. Oppure peggio  ancora, al fai da te presi dall’onnipotenza della tuttologia. Si, perché sembra ormai diventata una rarità incontrare qualcuno che alla maniera di Socrate ammetta di non sapere.

Invece sostengo da sempre che la nutrizione non può essere standardizzata e uguale per tutti. Lo affermo per comprovata esperienza personale visto che ho sperimentato su di me i benefici di una nutrizione personalizzata in base all’attività agonistica svolta in quel periodo. La nutrizione va costruita su misura sul corpo macchina dell’atleta tenendo conto della sua storia personale oltre ovviamente alle caratteristiche della disciplina.

A questo punto chiedo a Pietro di spiegare qual è stato l’evento scatenante per cui ha scelto di affidarsi oltre che a un mental coach anche a un nutrizionista.

Pietro racconta: «Sembra passato tanto tempo ma se ci penso alla fine era solo l’anno scorso quando mi trovavo in un momento di sconforto a tal punto da pensare di lasciare il ciclismo. Mi sono detto che dovevo uscire da questa situazione e ho detto: “Adesso basta. Da quest’anno devo cambiare qualcosa”. Così con l’aiuto dei miei genitori per prima cosa abbiamo contatto te.  Poi ho cambiato preparatore atletico e nutrizionista.

«Come preparatore mi sono affidato a Matteo Lonati che ritengo una persona davvero valida; squisita.  Un professionista preciso e con un approccio scientifico per gli allenamenti.  Anche se all’inizio di stagione ho avuto difficoltà ad adattarmi ho mantenuto sempre un approccio serio all’allenamento. Non ne ho mai saltato uno avendo totale fiducia nel suo programma e da ottobre ho iniziato a vederne i frutti nei primi di giugno. Questo perché è stato un lungo processo di costruzione. Un po’ come costruire una casa. Non puoi pensare di avere subito risultati. Ci vogliono 7/8 mesi. Così è stato. Ho avuto la costanza di non mollare anche se all’inizio le gare andavano bene ma non troppo.

«Poi anche dal punto di vista della nutrizione ho deciso di affidarmi a Lorenzo Bergami che mi ha cambiato il piano nutrizionale stravolgendolo in parte perché ero entrato in un loop farcito da fissazioni scaturite da continui paragoni con gli altri.  Per esempio avevo smesso di mangiare carboidrati e non appena li assumevo ingrassavo di brutto.  Con lui abbiamo messo apposto anche questa parte e adesso sto benissimo».

NOTA: Per cambiare davvero occorre che dentro di noi scatti la scintilla che accende il  lume della decisione. Senza di lei è inutile intraprendere qualsiasi azione. È un po’ come dire voglio smettere di fumare, di mangiare troppo e desidero fare una dieta, e cosi via. Se non scatta qualcosa dentro. Una reale motivazione,  non può funzionare.

LE GARE E IL FINALE DI STAGIONE

Come hai spiegato ben è stato un percorso di costruzione a 360 gradi sia dal punto di vista tecnico che fisico e anche mentale. All’inizio, le gare non andavano molto bene. Una serie di imprevisti, incidenti, gomme che si bucavano diciamo che non eri particolarmente fortunato. Il tuo merito però è stato di continuare a testa bassa ad andare avanti con la fiducia che ogni volta ti portavi a casa un mattoncino nella costruzione di questo percorso.

dalla crisi alla rinascita del gioco interiore aurora puccio sport mental coach

La vittoria di Pietro a fine stagione a Sestriere

Pietro continua: «Sembrerà strano ma un altro fattore che mi ha aiutato a riprendermi è stato ritornare a scuola di presenza a maggio. Io ho un mio ritmo la cui cadenza è dato anche dall’andare a scuola. Farla in DAD, dove inevitabilmente si fa meno movimento, mi aveva spezzato questo ritmo per me essenziale. Quindi il rientro a scuola, i frutti degli allenamenti fisici, tecnici e mentali iniziano a vedersi  a giugno dove comincio a vincere due gare poi una serie di podi fino ad arrivare al finale di stagione con una vittoria inaspettata che è stata la ciliegina sulla torta. Risultati che all’inizio erano completamente fuori dalla mia portata sotto ogni punto di vista tecnico e fisico. Mentale poi non ne parliamo.

L’ALLEMAMENTO MENTALE : LA VISUALIZZAZIONE

Per te intraprendere questo percorso con la mia metodologia è stata una novità assoluta. Quali strumenti hai particolarmente messo in pratica e ti sono stati utili a partire dalla visualizzazione che ricordo all’inizio avevi un approccio un po’ non troppo convinto mentre adesso è diventata uno dei tuoi punti di forza.

«Per me la visualizzazione è stato un modo per prevedere una condotta di gara ad esempio, perché la nostra mente è lo strumento di simulazione più potente che abbiamo tutti e proprio per quello ho imparato a sfruttarla.  Però in questi casi serve appunto qualcuno dall’esterno, come te Aurora, che ti spieghi come applicarla in modo funzionale e ho colto l’occasione di impiegare uno strumento potentissimo».

NOTA: Colgo l’occasione per dare una precisazione su questa pratica a beneficio di chi legge. La visualizzazione non è quella cosa astratta che si pratica cinque minuti prima della gara perché hai sentito dire in giro che funziona e quindi chiudi gli occhi e fai la visualizzazione. Oppure, sempre per sentito dire, la fai solo la sera prima.

La visualizzazione è un vero e proprio strumento pratico  da allenare tutti i giorni come si fa per la tecnica e il fisico. Richiede una quantità di tempo limitato compatibile con qualsiasi attività. Alle volte ne basta davvero poco  ma impiegato bene e soprattutto in modo costante. Almeno dieci minuti, ma il tempo è soggettivo,  tutti i giorni di simulazione aiuta la mente a prepararsi al gesto tecnico che verrà poi eseguito dal corpo. Lascio alcuni link di approfondimento dove ne ho già parlato.

p.s.La scusa che il tempo non c’è  non vale, perché alle volte i social  risucchiano 30 minuti /1h del  tempo e neanche ci si fa caso. Quindi zero scuse :-)!

Una peculiarità del mio lavoro è lavorare sui dettagli. Li adoro e non per arrivare alla perfezione. Bensì all’eccellenza. Sono i dettagli che poi, ad alto livello, fanno la differenza.   Questo approccio a Pietro è piaciuto subito perché anche lui ama lavorarci. Per cui ci siamo  divertiti  a fare proprio le pulci alle prestazioni per trovare sempre qualcosa su cui migliorare da ogni punto di vista: tecnico, fisico e mentale.

Dico anche tecnico e fisico perché  una particolarità del mio metodo Accendi la mente illumina la performance®, consiste nell’essere osservatrice esterna  priva da ogni tipo di condizionamento sulla disciplina, pur ovviamente non entrando nel merito tecnico perché fuori dalle mie competenze, e ponendo le giuste domande mi permette di accendere dei punti su cui riflettere a cui in genere gli atleti, troppo abituati a darle per scontate, non hanno mai pensato prima. Qui di seguito trovate alcuni esempi avvenuti con la nuotatrice Letizia Paruscio e la vice campionessa olimpica di Short Track Cecilia Maffei.

Ecco come Pietro descrive questa esperienza alla ricerca dei dettagli anche di carattere tecnico da integrare con l’aspetto mentale

«Ogni volta che trovavamo dei dettagli dopo aver analizzato le prestazioni, li aggiungevo prima alla visualizzazione dove nel frattempo ne scoprivo anche di nuovi.  E notavo come poi si concretizzavano nella realtà. Viverli prima nella testa sicuramente mi è servito perché era come se li avessi già vissute tante volte. Quindi  arrivavo in gara più tranquillo e sereno. Mi sentivo pronto e sicuro».

Cosa ti ha dato questo percorso?

«Mi ha dato prima di tutto consapevolezza  che si può cambiare, aspetto fondamentale. Da una situazione  di crisi si può uscire migliorandola dal punto di vista sportivo e personale. Quindi sicuramente mi porto a casa la sensazione bellissima di questo cambiamento, di quello che mi hai lasciato tu come persona, come metodo e strumenti. Soprattutto come approccio allo sport. È questo quello che ha dato ulteriore forza nel cambiare.

«Cioè sono passato dall’ossessione al divertimento inteso non come divertimento menefreghista sottovalutando l’importanza dell’impegno sportivo. Ma vivendolo in altra maniera, che vuol dire approcciarsi in modo professionale e allo stesso tempo sereno e tranquillo.

«Sono diventato anche molto consapevole delle mie capacità prima inespresse o lasciate al caso come ad esempio la visualizzazione di cui ho parlato sopra e dell’esistenza di altri strumenti che non avevo mai preso in considerazione».

L’APPROCCIO ALLO SPORT AGONISTICO

Pietro ha spiegato perfettamente il passaggio che, dal mio punto di vista, un atleta desideroso di ottenere risultati, dovrebbe attenzionare. Li ha ottenuti perché ha lavorato su tutti gli aspetti della prestazione integrando anche la parte mentale. Strutturando il suo gioco interiore in modo tale da essere libero dai giudizi altrui, approcciando allenamento e gara in modo professionale e divertendosi.

Il divertimento è l’ingrediente segreto…si fa per dire della prestazione a tutti livelli. Spesso questo termine viene frainteso con il perdere tempo o non prendere le cose seriamente. Significa invece trarre piacere da quello che si fa. Anche dalla fatica degli allenamenti. Dall’eseguire un gesto tecnico complesso dopo averlo provato miglia di volte. Studiare gli avversari, mettere in pratica una strategia. Per non parlare poi dell’adrenalina di partecipare a gare importanti dove sicuramente c’è una tensione elevata ed è proprio questo il divertimento: vivere in pieno tutte queste sensazioni. Che poi al termine di carriera è difficile replicare con la stessa intensità in altre aree della vita.

dalla crisi alla rinascita del gioco interioreSei passato dall’ossessione alla serenità di affrontare la gara mettendoti nelle migliori condizioni per farla.

« Si» dice Pietro «ho affrontato le gare senza sentire il peso di un eventuale risultato negativo e viverlo come una tragedia  e  con l’approccio di raggiungere sempre gli obiettivi prefissati. Dove andava male, pazienza. Facevo  tesoro dell’esperienza decodificando tutte le informazioni necessarie per migliorare la gara successiva.

«La vittoria bella è stata la conquista di questa serenità eseguita in modo professionale. Poi quell’ultima gara di stagione è stata davvero una sorpresa che ha aggiunto valore al mio cambiamento.

«Nonostante il percorso non mi piacesse particolarmente, ero andato li per divertirmi perché so di aver fatto tutto il possibile. Mi sono allenato bene, ho curato tutti i dettagli. Sono arrivato pronto. Poi ci sono anche gli imprevisti. Nel mio sport poi sono all’ordine del giorno. L’importante per me è stato divertirmi e fare tutto in modo professionale».

Hai raggiunto i tuoi obiettivi stagionali. Adesso come vuoi alzare l’asticella?

«Riprenderò la preparazione invernarle, sia tecnica che mentale,  per raggiungere il massimo della forma quando ci saranno le gare importanti  come concordato con il mio preparatore atletico.

Dal punto di vista mentale voglio affinare queste mie qualità che sento di avere andando avanti con curiosità nel scoprire fin dove posso arrivare. Sono sempre in trasformazione e alla ricerca di nuovi stimoli.

Che consigli ti senti di poter dare ai tuoi coetanei che magari stanno affrontando un periodo di crisi o sono schiacciati dal peso del risultato a tutti i costi?

«Prima di tutto lo sport si pratica per divertirsi. È questa la cosa principale che non andrebbe mai persa di vista perché quando non ci si diverte più diventa tutto una frustrazione. Ci si irrigidisce e il gesto tecnico si blocca.

«Essere consapevoli che fare le cose seriamente e  divertendosi è possibile. Le due cose non sono all’antitesi ma complementari».

COME CONCILIARE SPORT E SCUOLA

Come sei riuscito a conciliare lo sport con l’impegno scolastico. E come questo percorso di mental coaching nello sport trasversalmente ti ha aiutato anche nella scuola.

«Io studio al Liceo Classico e sono  stato sempre fortunato perché mi rendo conto di essere portato allo studio.  Per cui se per alcuni occorrono quattro ore per prepararsi, io riesco in meno tempo portando lo stesso voti alti.

«Però il fatto che ho seguito questo percorso mi ha aiutato ad affrontare più serenamente le verifiche perché durante l’anno in cui ero in crisi con il ciclismo, ovviamente lo stato d’animo si ripercuoteva anche sulla scuola. E facevo molta più fatica a restare concentrato. Avevo anche paura di esprimermi davanti ai professori. Anche l’insicurezza ha giocato un ruolo predominante. Quindi grazie agli strumenti di mental coaching sono riuscito a migliorami anche in questa area. Perfino nelle relazioni con le altre persone. Non è che prima non ne fossi capace. Quando sei in crisi però tutto diventa  negativo  e ricade anche sugli altri».

Come hai potuto sperimentare con me, io non butto via niente e abbiamo sfruttato sia le verifiche come se fossero delle gare perché anche quelle comunque sono prestazioni e anche una tua antica passione che avevi messo un po’ da parte e che  ti ho stimolato a riprendere rivelandosi utile nel processo: il violino. Puoi spiegare che cosa c’entra il violino e perché ti ho invitato a includerlo nel processo di allenamento mentale?

«Si, mi è stato molto utile per aiutarmi a coordinarmi ed eseguire comandi in modo automatico rimanendo concentrato. Ho smesso di studiarlo in uno scuola ma qualche volta continuo a suonarlo proprio per allenare la concentrazione».

Sogni nel cassetto?

«Il mio sogno sportivo è di far parte della nazionale italiana e andare a disputare i campionati mondiali ed europei. E se proprio devo sognare in grande, diventare campione del mondo di mountain bike.

«Mentre per quanto riguarda la scuola  l’obiettivo è la maturità che va fatta bene uscendo con la valutazione migliore possibile. E poi il sogno sarà entrare al  Politecnico di Torino e frequentare i primi tre anni di ingegneria aereospaziale  e concludere gli ultimi due all’estero. Voglio progettare sia veicoli spaziali che  qualsiasi cosa inerente con lo studio dell’aeronautica  e della velocità».

Complimenti, bello.  Come pensi di riuscire a conciliare entrambi gli impegni?

«Ho sempre usato il seguente approccio: finché riesco in entrambe le attività bene senza sacrificare tempo all’una all’altra, le continuerò a fare. Nel momento che mi verrà richiesto maggiore impegno da una delle due, ovviamente dovrò sacrificare qualcosa dell’altra. Il che non significa abbandonarla, come purtroppo ho visto fare da alcuni ragazzi che hanno abbandonato la scuola senza neanche ottenere il diploma e dedicandosi esclusivamente al ciclismo.

«Penso che ognuno è libero di fare le proprie scelte. Se uno vuole puntare tutto sullo sport perché è forte di sicuro gli faccio i complimenti e porto rispetto perché di certo non è stata una scelta facile. Però per quanto mi riguarda  e per come sono fatto io, se mi dedico a fare solo una cosa non va bene. Mi perdo. L’ho dico a ragion veduta perché è un’esperienza che ho già vissuto. Quindi non voglio abbandonare entrambe le mie passioni perché mi piacciono. Le adoro».

CONCLUSIONE: DALLA CRISI ALLA RINASCITA DEL GIOCO INTERIORE

Dalla crisi alla rinascita del gioco interiore è possibile. Come dimostra Pietro, occorre però una forte motivazione intrinseca. Un desiderio ardente di cambiare. Altrimenti sarebbe stato impossibile ottenere un risultato. Adesso si aprono nuovi scenari, nuove possibilità. Non abbiamo la sfera di cristallo. Di sicuro, come in tutte le carriere, ci saranno alti e bassi. Quello però di cui sono certa anche per esperienza personale ed ecco perché ci credo così tanto nell’allenamento mentale, è che strutturare un forte gioco interiore, anche se occorre tempo, ti permettere di uscire con rapidità da crisi pericolose che rischiano di durare anni e che invece possono durare solo pochi giorni o qualche settimana. Il tempo impiegato all’inizio è compensato dalla maggior abilità e rapidità con cui avviene il recupero.

Il punto è proprio questo. Comprendere che occorre partire dal presupposto che tutti prima o poi devono fare i conti con stalli, blocchi mentali, imprevisti e così via. Chi ha gli strumenti sarà più rapido nel recuperare e avrà un vantaggio enorme su tutti i suoi avversari. Questa abilità si acquista con il tempo, con l’allenamento, con la curiosità di mettersi in gioco.  Con la voglia e la determinazione di sfidare se stessi.

E anche se all’inizio la strada sembra in salita, prima o poi arriverà anche la discesa. Una sorta di ciclo che si muove fluidamente da una parte all’altra. Ma senza blocchi vistosi.

E poi concludo che alle volte i treni passano solo una volta nella vita, come ad esempio può essere un’Olimpiade, giusto per citare un evento importante. Mettersi nelle condizioni di arrivarci avendo fatto davvero tutto senza lasciare nulla al caso consente di non avere rimpianti che a mio parere è la cosa più brutta che un atleta può dirsi nel momento in cui comprende di aver buttato via l’occasione della vita per un dettaglio.

Nella maggior parte dei casi questo dettaglio si chiama allenamento mentale e mancanza di un gioco interiore ben strutturato.

Buona riflessione

Aurora

FILM E LIBRI CONSIGLIATI

Sul tema del gioco interiore vi consiglio il libro di Tim Gallwey, mentre per il mental coaching relativo alla performance e come esperienza diretta di atleti olimpionici, vi consiglio quello che ho scritto sul Setterosa, nazionale italiana di pallanuoto con inclusi anche esercizi di mental coaching. I proventi andranno alla ricerca del tumore al seno dell’Università di Pavia. Per maggiori informazioni clicca qui

Infine come film vi consiglio l’intramontabile Leggenda di Bagger Vance e la forza del campione tratto dal romanzo di Dan Millman La via del guerriero di Pace.

 

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un abbraccio
Aurora

(Le immagini dell’atleta fanno parte dell’archivio personale della famiglia che ha autorizzato l’utilizzo.)

 

Aurora Puccio
About Aurora Puccio
Ciao! Sono Aurora la mia filosofia è invitare le persone a guardare le cose da angolazioni differenti, partendo dall'atteggiamento mentale con il quale si osserva una situazione. Lo sport è la mia più grande passione insieme ad altre forme artistiche come teatro e scrittura, che in questi articoli si intrecciano con armonia per darti degli spunti sull'allenamento mentale.
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